Patrizia Polese: esposizione persone alla Galleria Berga

Con Patrizia Polese, Galleria Berga ricerca lo spazio del respiro, della comunanza, della riflessione. Come artista, innanzitutto, Patrizia Polese non prescinde dalla sua umanità, ossia dal suo essere viva e vitale nel mondo. Come in ogni essere umano, in lei coesistono e si fortificano a vicenda, varie esistenze: Patrizia donna-moglie, Patrizia donna-madre, Patrizia donna-che si dedica ad un mestiere. Accorpando le tre immagini otteniamo un essere umano completo, presente alla sua esistenza e che, nel suo caso, si realizza come artista. Per Patrizia l’“essere” artista precede il “produrre” l’opera d’arte, nell’ambito di un processo spirituale, introspettivo, caparbio: prima delle sculture, sintesi proporzionata della sua espressione artistica, si manifesta l’attitudine a stabilire “legame” con l’altro. Patrizia si sente ben supportata dalla duttilità esecutiva che le presta la tessitura, nella sua naturale propensione a creare “trame”, a connettere il suo universo interiore a quello degli altri esseri umani, arrivando a far percepire a chi le sta intorno la grandezza, la vastità e l’immensità che unisce ogni uomo, non unico, ma partecipe di un insieme armonico. In mostra, con una personale in Galleria Berga, Patrizia Polese sceglie la circolarità, la continuità, il fluire, potente e lieve allo stesso tempo. Vorace, sanguinoso e lucente, allo stesso tempo. Con meticolosa attenzione ai ritmi compositivi, la Berga perde la sua originaria dominanza spaziale, assimilando completamente la poetica di un’artista. Ed è, così, che si ha una nudità che sconvolge, che si fa scultura, che scuote, che abbraccia. I materiali usati, quali fili di ferro, rame, iuta, ottone, oro, sisal, si intrecciano per darci la sagoma di un orecchio, il volume di un muscolo, un cuore che pulsa, l’iride di un occhio. Nella infinita vastità delle forme, che si confondono in uno scenario apparentemente naturale, per cui l’iride potrà sembrare anche un fiore, l’orecchio una medusa ed un muscolo umano la corteccia di un albero, è allentato il confine tra Uomo e Natura, per cui dall’uno nasce l’altra, nell’altra si perde l’uno, in un continuo inizio e ritorno. E se in mostra è esposto, nell’accezione precisa del “reso oggetto di osservazione”, l’umano corpo, faccia di una nuda natura, o potremmo anche dire l’inverso, corpi di natura, faccia di una nudità umana, il percorso ottico generato dall’alternanza dei pieni e dei vuoti, dalle scale dimensionali volutamente non lineari, dalle cromie modulate sui magenta, le acque marine, i neri e l’oro, induce un movimento, intorno a noi e dentro di noi, così forte da dare un capogiro. Tornando ai tre aggettivi iniziali la “comunanza” descrive l’artista come “uno di noi”, uno “in mezzo” a noi, e l’arte da lui prodotta come “parte di noi” tutti, mentre la riflessione è indotta sul “partecipante” (vogliamo parlare di esperienza, più che di osservazione di opere!) dalla presenza di molti
ritratti. Patrizia Polese usa la sua immagine come pretesto iniziale per inaugurare una serie, quella dei “ritratti esistenziali”, come da lei stessa chiamati. Su sottili fogli di carta pergamena intravediamo il suo volto ed il suo corpo, in pose raccolte, scostate, prestate allo sguardo degli altri, ma senza sfrontatezza. Non è, infatti, l’immagine esteriore, a cui siamo abituati a reagire, o che tendiamo a giudicare istintivamente, che richiama l’attenzione, ma la “Patrizia dubbiosa”, quella i cui pensieri sono così pressanti e pesanti sul capo da aggrovigliarsi in fili di cotone coloratissimi, o la “Patrizia tenera e tenace”, le cui gambe generano fiori, o frutti, o “LE PatriziE”, quella bambina e quella adulta, sovrapposte, nel lacerante ricordo di un passato che non può dimenticare. Ago, filo, oro, tessuti, nell’elaborazione artistica, descrivono con maggiore impatto e verità quello che anima l’”interiore”. Fermiamoci a respirare, e a riflettere sul valore delle nostre vite, perché è dalla decisione di “dare valore” alla sua vita, che un’artista comincia ad essere veramente tale.
Elisa Schiesari