Resilienza e Dynamo Camp

Laboratorio artistico presso la struttura Dynamo Camp, centro di terapia ricreativa dove bambini e ragazzi affetti da patologie gravi e croniche possono trascorrere gratuitamente periodi di vacanza e svago in una struttura collocata in un luogo di particolare bellezza immerso nella natura di un’Oasi protetta WWF sull’Appennino Tosco-Emiliano.

 

Il mondo di Dynamo Camp si intreccia con l’arte tessile di Patrizia Polese

Dynamo Camp è un centro di Terapia Ricreativa, primo in Italia, dove bambini e ragazzi affetti da patologie gravi e croniche possono trascorrere gratuitamente periodi di vacanza e svago in una struttura collocata in un luogo di particolare bellezza immerso nella natura di un’Oasi protetta WWF sull’Appennino Tosco-Emiliano.
I programmi, strutturati per essere totalmente accessibili ed inclusivi, hanno come obiettivo il divertimento e il rafforzamento dell’autostima e la fiducia nelle proprie capacità. Le attività che i ragazzi svolgono durante il loro soggiorno a Dynamo spaziano da quelle sportive, spesso a contatto con la natura, a quelle espressive, che permettono loro di entrare in contatto con la propria creatività. Tra queste ultime si colloca il progetto Art Factory che coinvolge artisti contemporanei di fama internazionale.
Ogni artista sviluppa con i bambini o con i genitori, un progetto concepito ad hoc secondo i propri canoni creativi, e li guida nella liberazione della propria espressività. Il risultato sono opere uniche che risultano dalla spontaneità dei partecipanti e dalla passione e esperienza dell’artista.

In 10 anni hanno partecipato al progetto oltre 100 artisti che hanno donato il loro tempo e il loro genio per creare incredibili opere d’arte.
I frutti di questo lavoro sono esposti nella Dynamo Art Gallery e ogni opera è resa disponibile a fronte di donazione per contribuire, attraverso l’arte, al sostegno delle attività di Dynamo.

Il successo riscontrato nelle attività con bambini e ragazzi ha portato, nel tempo, al coinvolgimento anche degli adulti, in particolare i genitori ospitati durante le “sessioni famiglie”.
Per loro, così come per i bambini, l’arte offre una possibilità di svago e di riscoperta del proprio potenziale creativo, spesso messo da parte nella propria quotidianità.
L’incontro con un artista professionista apre loro un nuovo punto di vista sull’arte contemporanea, Arte di cui fanno esperienza in prima persona diventando i protagonisti della creazione di un’opera vera e propria.

In uno di questi laboratori dedicati ai genitori è stata coinvolta l’artista Patrizia Polese che realizza opere di arte tessile. Il suo linguaggio artistico, fatto di trame e orditi, vede nell’intreccio una gestualità primordiale attraverso la quale raccontare pezzi delle proprie storie.
Un gruppo di 15 genitori ha preso parte ai tre incontri da lei strutturati approcciandosi per la prima volta alla tecnica della tessitura.

Ciascuno di loro ha scelto le fibre che ha ritenuto più adatte per il proprio lavoro e ha iniziato a dare vita al proprio frammento di arazzo, dapprima in maniera rigorosa e ritmica e infine rompendo gli schemi con nodi e trame tridimensionali.
Metalli e carta, inseriti insieme ai fili di canapa e cotone, sono diventati elementi scultorei che hanno animato le tessiture.

Alla fine dei tre incontri Patrizia ha connesso insieme i 15 piccoli arazzi per crearne uno collettivo la cui forma scultorea ha dato struttura e importanza al frutto di questa condivisione. Le frasi tratte dalle storie di ogni singolo frammento sono state raccolte su una grande tavola dove carta e fili hanno lasciato una traccia di colore.

La tessitura ha nel tempo scoperchiato nella mia vita una potente capacità manuale e creativa. Considero l’intreccio come un istinto naturale e ancestrale che appartiene a tutti, come per esempio l’istinto di intrecciare i fili d’erba quando ci si distende in un bel prato.
E’ un istinto, ma è anche una consapevolezza più o meno chiara che riguarda il costruire o il ricostruire.
Nel tessuto, ci sono gli orditi, queste colonne di fili verticali, come alberi e rami sui quali potersi arrampicare, trasmettono la sicurezza di poter intrecciare praticamente qualsiasi materiale e costruire la trama, ovvero i fili orizzontali.
Intrecciare significa costruire, la trama è un racconto che si esplica con vuoti pieni materiali rigidi e morbidi, colori tenui e forti carte colorate scritture o disegni. La costruzione di un tessuto è un dialogo con noi stessi e un possibile intreccio con il mondo esterno.
Partendo da questo presupposto mi sono avventurata in questo lavoro a più mani.
Ci sono due binari, il mio e la mia arte, quella che sviluppo da sola e la creazione di valore attraverso questi laboratori. I due binari in teoria difficilmente si incontrano perché è l’artista stesso che fatica a concedere spazio e ad aprire le porte del suo fare. Il pensiero cade sulla possibilità di snaturare l’azione artistica o la paura di contaminarla e perderne il senso. Questo soprattutto quando parliamo di arte non performativa ma visuale. La creazione di un’opera a più mani è un autentico salto nel vuoto ed è difficile controllare cosa potrà accadere.
Nella mia decisione, a monte, c’era il desiderio di non dire di no alle persone e di non limitarle, ma liberarle.
La mia… stava nell’utilizzare tutto ciò che liberamente emergeva e metterlo in evidenza, utilizzarlo e canalizzarlo. Non puoi pensare di arrivare al Dynamo Camp e fare ciò che hai sempre fatto nella stessa modalità con cui lo hai fatto. Non puoi nemmeno pensare di progettare tutto prima e indirizzare le persone verso e solo verso il tuo volere e la tua decisione… troppo limitante.
Senti che c’è di più, anche se è una strada che non hai mai percorso decidi di lanciarti, pensi solo che devi lasciare che “il caso” faccia il suo lavoro. L’ingrediente X che non conosci sono le persone e nel mio caso, 15 persone che non conoscevo, 30 mani in più alle mie, 15 cuori e menti differenti, 15 entità diverse, un potenziale enorme, un’opportunità unica.
All’arrivo delle persone al laboratorio con un sorriso e una stretta di mano, una sola decisione, trasformare il cuore e lo stato vitale, farli giocare, liberare e connettersi con sé e con gli altri.

“Giocate, aprite, divertitevi e pensate solo a scegliere liberamente perché anche se può sembrare tutto casuale, in realtà state raccontando la vostra storia”.

Tessere significa raccontare.
La trama che si avvolge sull’ordito forte come colonna è il vostro libero racconto.

“Mah Patrizia, sei proprio sicura che noi stiamo raccontando la nostra storia?”

“Sì, ne sono sicura”.

Alla fine tutti guardano i loro lavori, e si riconoscono nei loro nodi nei loro fili lucidi o opachi nella loro memoria e nella loro consapevolezza di essere esseri resilienti.

“Io non sapevo cosa fosse ma ho scoperto che ce l’ho, io ho la resilienza; io ho il potere nelle mie mani”.

Racconti tra i fili e mentre raccontano di loro, anche io racconto di me, di come l’arte mi abbia salvata e chiedo a loro di continuare a fare e a lavorare con le mani di continuare a provare quella gioia nel giocare con i fili.

“Resilienza, io so che ce l’ho”.

Alla fine l’ingrediente X si è svelato e dopo la prima notte che stavo li e avevo incontrato queste 15 arche della speranza capisco che il lavoro comune, tutti i loro lavori, si devono incrociare riunire e intrecciate tra loro creando un arazzo dove al centro c’e’ un incontro una spina dorsale una falda una riccia e ricca abbondanza di varietà, storie e incroci.

Fragilità e bellezza fragilità è bellezza.
Come arche solchiamo mari dalle onde altissime
ma le nostre barche rimangono a galla e si rafforzano.
Tracce e carte veline stinte, spilli a sostegno del fragilissimo
come costruzione di un bel panorama nuovo,
mai immaginavo cosi bello.

Patrizia Polese per Dynamo Camp

Le opere realizzate sono esposte nella Dynamo Gallery che sarà visitabile il 6 ottobre in occasione del prossimo Open Day di Dynamo Camp.

 

OPEN DAY : Domenica 6 ottobre dalle ore 10.30
Via Ximenes 716, LImestre (PT) San Marcello P.se

tel. +39 02 80629 49 –

dynamo@dynamocamp.org

a cura di : Dynamo Camp
Photo credit : Giulia Virgara